La famiglia delle Cantharellaceae
annovera alcune delle specie più apprezzate dal punto di vista della
commestibilità (“galletti” & co.). La caratteristica morfologica che
le accomuna, lo ricordiamo, è quella di possedere un imenoforo
liscio oppure costituito da pseudolamelle.
Uno degli orientamenti sistematici
più recenti (2000, Eyssartier & Buyck; Dahlman & al.) propone una
distinzione tra i generi Cantharellus e Craterellus basata
sostanzialmente sulla morfologia delle varie specie: secondo tale
suddivisone, il genere Cantharellus includerebbe le specie con gambo
pieno, cappello mai perforato al disco ed imenoforo costituito da
pieghe ben definite; il genere Craterellus includerebbe le specie
con gambo e cappello poco differenziati, poco carnose ed
internamente cave, simili per forma a delle trombette o dei coni
rovesciati, con cappello sempre perforato al disco e con imenoforo
liscio o costituito da pieghe poco accentuate.
Craterellus tubaeformis, noto in
diverse regioni con il nome dialettale di ‘finferla’ (in
“condominio” con il simile Craterellus lutescens) è specie
ampiamente diffusa, dalla tarda estate all’inverno, sostanzialmente
micorrizogena ed associata ad una varietà di essenze sia latifoglie
che conifere (Faggio, Querce, Abete bianco e Peccio, Pino silvestre,
Douglasia...).
Da
un punto di vista morfologico, Craterellus tubaeformis si riconosce
per la caratteristica ed esile forma e per i cromatismi: ad un
cappello dapprima convesso-piatto e sucessivamente
umbilicato-imbutiforme con orlo via via più irregolare e superficie
appena villoso-squamulosa, dai toni brunastro-grigi, si contrappone
un gambo liscio, cavo, dai toni giallo-aranciato o giallo-bruno. Un
importante carattere distintivo è costituito dall’imenoforo,
costituito da pieghe ben delineate piuttosto ramificate-forcate ed
anastomizzate, con andamento decorrente sul gambo, di colore
giallo-grigiastro talvolta pruinoso.
La carne, sottile e di consistenza
abbastanza elastica, giallastra, ha un odore gradevole ma di
difficile definizione e sapore dolce.
Le spore sono lisce, di forma quasi
ellissoidale (circa 10 x 8
μm), finemente
guttulate, non amiloidi. Le ife sono provviste di giunti a fibbia.
Quanto all’ecologia, Craterellus
tubaeformis è specie piuttosto ubiquitaria che cresce a terra
(soprattutto nei tratti ricoperti di muschio), gregaria anche in
numerosi esemplari e che condivide spesso l’ambiente di crescita con
Craterellus lutescens e con Hydnum spp.
Craterellus tubaeformis e
Craterellus lutescens si distinguono in base all’aspetto dell’imenoforo:
più grigiastro e con pieghe ben delineate quello del C. tubaeformis,
giallastro e quasi liscio o con pieghe appena abbozzate quello del
C. lutescens. In ogni caso, la confusione tra le due entità non
comporta conseguenze, trattandosi di specie di identica
commestibilità.
Il Craterellus tubaeformis var.
lutescens (Fr.) Gillet è una varietà descritta in letteratura che
differisce per i cromatismi più uniformi su tonalità di giallo
intenso.
Un’altra specie simile, ma con carne
annerente soprattutto negli esemplari maturi è Craterellus
melanoxeros (Desm.)
Pérez-de-Greg.: si tratta però di un’entità molto meno frequente.
Craterellus
cinereus (Pers.)
Quél. ha una
morfologia quasi sovrapponibile a C. tubaeformis ma toni
uniformemente grigi nel cappello e nel gambo.
Qualche problema lo porrebbe la
supposta tendenza a captare e concentrare isotopi radioattivi del
Craterellus tubaeformis, annoverato da alcuni studi tra le specie
ipercaptanti. In attesa di risultanze definitivamente attendibili,
se ne consiglia un consumo moderato nelle quantità e non troppo
frequente nel breve periodo.
Craterellus tubaeformis può essere
consumato fresco ma, data l’abbondanza di certe raccolte, viene di
preferenza essiccato o conservato sott’olio.
Una curiosità: l’allegato I alla
vigente normativa nazionale, in tema di specie selvatiche
commercializzabili a livello nazionale, menziona espressamente il
Cantharellus tubaeformis var. lutescens tra quelle non
commercializzabili. Tale normativa è attualmente in corso di
revisione. Ma le ‘finferle’ si possono vendere?
Andrea Traversi